Gli Arditi e i Reparti d'assalto

Area di progetto di Andrea Furlan - 3^ D

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Il Canto degli Arditi

Mamma non piangere se c'è l'avanzata,
tuo figlio è forte dall'alto dei cuor
asciuga il pianto della fidanzata,
chè nell'assalto si vince o si muor.

Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.

Fiamme Nere avanguardia di morte,
siam vessillo di lotta e di orror,
siamo l'orgoglio trasformato in coorte,
per difender d'Italia l'onor.

Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.

Una stella ci guida, la sorte,
e ci avvincon tre fiamme d'amor,
tre parole di fede e di morte:     

 pugnale, la bomba ed il cuor.

  Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.

L'ardito è bello, l'ardito è forte!
ama le donne, beve il buon vin;
per le sue fiamma color di morte
trema il nemico quando è vicin!

Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.

Quante volte fra tenebre folte,
nella notte estraemmo il pugnal
fra trincee e difese sconvolte
dalla mischia cruenta e fatal!

Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.
 

 

Origine degli Arditi

  Sulle origini degli arditi esistono due linee di interpretazione in netto contrasto. La prima e di gran lunga la più diffusa riconosce come padri o precursori degli arditi, o come arditi a pieno titolo, tutte le truppe scelte costituite nel corso del conflitto, generalmente con il compito di imprimere una condotta aggressiva alla guerra di trincea con colpi di mano, azioni di pattuglie, distruzione di reticolati nemici. Il più noto sostenitore di questa linea fu Cristoforo Baseggio, un pittoresco personaggio che, sfruttando le sue benemerenze di fascista della prima ora, riuscì nel dopoguerra a farsi riconoscere negli ambienti combattentistici il ruolo di “padre” degli arditi. Comandante di una compagnia di alpini in Valsugana nel 1915, Baseggio diede vita a una “compagnia esploratori” di 450 volontari tratti dai reparti in zona, che nell’inverno 1915-16 svolsero compiti di pattugliamento e colpi di mano in un settore montano non ancora irrigidito in sistemi di trincee. All’inizio dell’aprile 1916 la compagnia di esploratori, impegnata per la prima volta in un attacco frontale a posizioni austriache fortificate, fu distrutta e poi sciolta perché non più impiegabile con successo in una guerra che anche in alta montagna era ormai di posizione. Ciò non impedì a Baseggio e a buona parte della pubblicistica fascista e combattentista di presentare questa compagnia esploratori come primo reparto d’assalto, con una palese forzatura giustificata dalla considerazione esclusiva dei cosiddetti fattori morali o meglio ancora dovuta alla tendenza a battezzare “ardito” tutto ciò che differiva dalla fanteria regolare.

Anche lasciando da parte il caso Baseggio, chi sostiene che gli arditi “nacquero per fioritura spontanea” non ha difficoltà a trovare loro precursori: basti ricordare i reparti di esploratori reggimentali organizzati nel 1914 per la guerra di movimento, le squadre di guastatori per la distruzione dei reticolati nel 1915, i distaccamenti speciali per la guerra di montagna, soprattutto l’istituzione dei “militari arditi” con una circolare del Comando supremo che prevedeva la concessione di un distintivo onorifico ai soldati segnalatisi per coraggio.

Esploratori, guastatori, militari arditi rientrano tutti nella categoria delle truppe scelte, sono cioè combattenti selezionati per compiti di particolare difficoltà e rischio sulla base di fattori fisici e morali, ma non separati dai loro reparti di origine, di cui continuano a dividere la vita, l’addestramento, l’armamento, lo spirito. Le truppe scelte, in sostanza, devono trascinare una fanteria che non riesce più a svolgere il suo ruolo di regina delle battaglie, ma non devono modificare realmente le caratteristiche di impiego.

Tutta la produzione sugli arditi nega con la massima energia qualsiasi dipendenza degli arditi dalle Sturmtruppen, le truppe d’assalto dell’esercito austro-ungarico. Dalla documentazione disponibile risulta invece che le Sturmtruppen furono senza ombra di dubbio il modello di partenza dei reparti d’assalto italiani che pur seppero svilupparsi con un’indiscutibile originalità. Una circolare del Comando supremo nel 1917 attira l’attenzione dei comandi italiani sui “riparti d’assalto presso l’esercito austro-ungarico, affinché la conoscenza dei metodi d’azione seguiti dall’avversario offre il mezzo, non solo di opporvisi con adeguati procedimenti, ma altresì di adottare ogni qual volta se ne presenti la convenienza, analoghi sistemi”.

Le somiglianze sono tali da non potere essere dovute al caso, come del resto è normale in una guerra tra due avversari a stretto contatto, entrambi impegnati a sviluppare ogni strumento bellico possibile per sorprendere il nemico; e infatti il successo degli arditi non mancò di influenzare a sua volta l’evoluzione delle Sturmtruppen.

Le truppe d’assalto dell’esercito austro-ungarico erano di due tipi: le Sturmpatrouillen (pattuglie d’assalto) costituite in ogni compagnia di fanteria facendo seguire un corso di cinque-sei settimane ai migliori soldati, cui venivano concessi piccoli privilegi; queste pattuglie dovevano fornire gli uomini per tutte le minori azioni offensive. Gli Sturmbattaillonen (battaglioni d’assalto) erano invece reparti organici, assegnati in ragione di uno per divisione, che si potevano dividere in compagnie in grado di agire autonomamente a sostegno dei singoli reggimenti.

Dai documenti disponibili risulta in modo indiscutibile che i reparti d’assalto italiani derivarono dalle Sturmtruppen innanzi tutto come impostazione generale, cioè come tentativo di ovviare alla diminuita combattività ed all’insufficiente addestramento della massa della fanteria con lo sviluppo di unità di unità d’urto, selezionate e convenientemente preparate, cui era affidato il difficile compito di guidare gli assalti e di alzare il morale dell’esercito. Le Sturmtruppen furono inoltre certamente prese a modello per molti aspetti del reclutamento, addestramento, armamento e impiego, anche se le soluzioni austriache non erano in genere novità assolute, ma piuttosto il logico portato dell’esperienza bellica. Il punto radicale di differenza da cui dovevano derivare gli elementi di superiorità degli arditi, fu nel rapporto con la massa della fanteria. Le Sturmtruppen infatti rimasero sempre parte integrante delle unità di fanteria dell’esercito austro-ungarico, perché erano indispensabili per innervare una compagine ormai corrosa da una profonda crisi di stanchezza; furono quindi truppe scelte cui non si chiedeva di modificare l’impianti e la condotta della battaglia, ma di trascinate la massa passiva. La fanteria italiana aveva invece conservato una solidità maggiore e poteva tenere il campo da sola.

Gli arditi perciò nacquero e si svilupparono come corpo a sé stante, con un forte distacco dalla fanteria e quindi un elevato spirito di corpo e possibilità di azione assai maggiori; furono in sostanza truppe speciali, con un ruolo autonomo nella battaglia, e non truppe scelte, destinate soltanto a sostenere la fanteria.

 

  La nascita degli Arditi: il campo di Sdricca

  I reparti d’assalto nacquero nell’estate del 1917 presso la 2. armata per l’iniziativa combinata del generale Capello , del generale Grazioli e del tenente colonnello Bassi. Il 12 giugno fu costituita a Russig, nelle retrovie di Gorizia, una compagnia di formazione agli ordini di Bassi con quattro plotoni di fanteria, una sezione di mitragliatrici e una di artiglieria someggiata provenienti da differenti reggimenti della 2. armata; dopo due settimane di intenso addestramento, la compagnia fu presentata a Grazioli e poi a Capello, che approvarono caldamente i risultati del lavoro di Bassi e specialmente l’esercitazione a fuoco che concludeva la dimostrazione. Questi esperimenti non mancarono di fare effetto sul Comando supremo, che, come abbiamo già visto, era assai interessato alla costituzione di truppe d’assalto italiane; con la circolare del 26 giugno il Comando supremo prescrisse la formazione di un reparto d’assalto sul modello austro-ungarico. Capello ottenne subito l’autorizzazione a costituire il Ι reparto d’assalto (il 5 luglio), mentre il Comando supremo emanava le prime norme di massima per i nuovi reparti d’assalto. Poiché il campo di Russig era insufficiente, dopo una serie di ricognizioni la sede per la creazione e l’addestramento della nuova unità fu scelta sulla riva destra del Natisone, a Sdricca di Manzano, dove era possibile dare alle esercitazioni a fuoco tutto lo sviluppo e il realismo necessari.

Nel campo di Sdricca il I reparto d’assalto ebbe assetto definitivo e il 29 luglio battesimo ufficiale alla presenza del re; da Sdricca partirono gli arditi per i primi vittoriosi combattimenti, a Sdricca infine fu costituito in agosto il II reparto, seguito tra settembre e ottobre da altri quattro reparti. Il campo di Sdricca fu quindi la “culla” degli arditi nella realtà e nella leggenda.

Fino ad allora la fanteria italiana non aveva avuto che l’addestramento tradizionale, limitato essenzialmente agli esercizi in piazza d’armi, a pochi colpi di fucile in poligono ed a qualche dimostrazione di avanzata a sbalzi in lunghe catene parallele; anche nelle retrovie del fronte le truppe non ricevevano una preparazione adeguata alle esigenze della guerra di trincea, salvo meritori tentativi di singoli comandanti. Nel campo di Sdricca invece l’addestramento era condotto con serietà e ampiezza di vedute: molta ginnastica di base, elementi di lotta corpo a corpo con armi e senza, intense e realistiche istruzioni al lancio di bombe a mano ed al tiro col fucile e mitragliatrice, quindi, al momento culminante, esercitazioni d’insieme sulla cosiddetta “collina tipo”, che gli arditi dovevano assaltare sotto il fuoco di mitragliatrici e cannoni, in condizioni abbastanza vicine alla realtà. Più ancora degli studi sono le testimonianze e la leggenda a darci la misura della novità di questo addestramento, che costituisce oggi la norma per la preparazione di qualsiasi fanteria, ma rappresentava allora un’autentica innovazione e un’esperienza entusiasmante per chi ne poteva fruire, traendone finalmente un grado di istruzione adeguato alle necessità della trincea e un morale altissimo.

L’esperto di psicologia delle masse del Comando supremo di Cadorna osservò che gli orrori della trincea ridussero progressivamente i soldati a oggetti passivi, disorientati e frastornati, condizionati infine ad un’obbedienza supina che li portava a morire senza la possibilità di una presa di coscienza o di una reazione autonoma. A Sdricca si seguiva un’impostazione opposta, che faceva appello alla collaborazione degli arditi, quale poteva nascere dalla consapevolezza di dover e poter combattere con efficacia. Gli arditi dovevano ripetere molte volte ogni gesto e ogni fase dell’assalto fino all’acquisizione di una serie di automatismi, visti però non come garanzia di passiva accettazione del destino, ma come la conquista di una “professionalità” che non poteva non avere grosse conseguenze sul morale, come strumento per dare libero campo all’iniziativa e all’aggressività individuale. L’intero addestramento era finalizzato alla preparazione di combattenti nuovi sul piano fisico, professionale e morale.

Il quadro tradizionale dell’ardito che avanza a colpi di pugnale e bombe a mano rappresenta uno solo degli aspetti della realtà. Bassi intendeva infatti che un reparto d’assalto fosse in grado di affrontare sia il combattimento a distanza che quello ravvicinato; e per quest’ultimo scelse il petardo Thévenot,  una bomba a mano offensiva che squassava il nemico con lo scoppio più che con le schegge minutissime e quindi non costituiva un pericolo per l’attaccante che la lasciava davanti a sé, e il pugnale, arma idonea al corpo a corpo per motivi tecnici e più ancora psicologici. L’esaltazione del pugnale e della bomba a mano, caratteristica del mito degli arditi, era necessaria perché la lotta corpo a corpo doveva costituire il momento culminante dell’assalto e perché i nuovi reparti dovevano conquistarsi una fama di terribilità presso amici e nemici.

Nell’estate del1917 un battaglione di mille uomini disponeva di mitragliatrici, pistole mitragliatrici, lanciagranate leggieri; i reparti d’assalto di Sdricca avevano poco più di 700 uomini, ma erano supportati da armi automatiche: mitragliatrici, pistole mitragliatrici e cannoni. A caratterizzare particolarmente i reparti creati da Bassi fu l’impiego della pistola mitragliatrice, arma corrispondente all’incirca all’odierno fucile mitragliatore, ma con molti difetti di funzionamento e di efficacia, difficile da utilizzare e perciò poco apprezzata e valorizzata dalla fanteria. Il fuoco delle mitragliatrici dalla base di partenza e quello delle pistole mitragliatrici che prendevano parte all’assalto sparando senza fermarsi (quindi con effetti prevalentemente mortali) avevano il compito della protezione diretta degli arditi lanciati contro le trincee nemiche; le pistole mitragliatrici, insieme ai moschetti (una versione alleggerita del fucile ’91 di cui erano dotati gli arditi) dovevano poi fornire il nerbo della difesa delle posizioni conquistate contro il ritorno del nemico. I reparti d’assalto risultavano così assai più articolati e potenti degli altri reparti di fanteria ed assai più idonei a sfruttare terreno e circostanze per penetrare in profondità nel dispositivo nemico senza perdere capacità offensiva.

Il fine di questo addestramento era fare degli arditi un corpo con una propria autonomia organica, tattica e politico-morale. I reparti d’assalto furono cioè creati e sviluppati non tanto a integrazione della fanteria, quanto in contrapposizione implicita , ma evidente, alla massa di combattenti, con un distacco marcato che non poteva avere origini profonde e conseguenze di rilievo. Il rendimenti insufficiente dei battaglioni di fanteria era dovuto,  molto schematicamente, sia a cause militari, cioè all’armamento e all’addestramento inadeguati delle truppe, sia a cause politiche, ossia all’incapacità della classe dirigente di coinvolgere realmente le masse in un conflitto voluto e gestito sulle loro teste, se non con i loro interessi. La creazione degli arditi non affrontava di petto questa situazione, ma proponeva una soluzione parziale, vale a dire la formazione di reparti selezionati e preparati secondo criteri militari destinati a svolgere con una nuova efficienza alcuni tra i più difficili compiti della guerra di trincea e ad offrire un modello positivo di combattente.

Era necessario che gli arditi avessero un morale altissimo e uno spiccato spirito di corpo. Fino a quel momento gli alti comandi avevano cercato di istillare nelle truppe un alto morale soltanto facendo appello al senso del dovere, al patriottismo, a valori che i soldati sentivano spesso astratti, se non estranei; sembrava quasi che i comandi considerassero avvilente offrire incentivi materiali per facilitare l’adempimento del dovere.                                

Con gli arditi fu seguita una politica finalmente più duttile, che contemperava valori morali e vantaggi materiali. I reparti d’assalto si differenziarono perciò dalla fanteria non solo per addestramento e armamento, ma per il diverso trattamento e  per la divisa. Gli arditi infatti ebbero sin dall’inizio l’esenzione dai massacranti turni in trincea, migliori condizioni di vitto e alloggio, un soprassoldo, un regime disciplinare meno rigido e formale  e maggior copia di licenze e permessi, un trattamento in sostanza di assoluto privilegio, che fu sottolineato dalla concessione di una divisa particolare: giubba aperta e maglione invece dell’insopportabile colletto chiuso dell’uniforme  regolamentare, abolizione dello zaino, equipaggiamento individuale più pratico e leggero.

 

  L’affermazione dei reparti d’assalto

  Il battesimo del fuoco degli arditi di Sdricca ebbe luogo in occasione della battaglia della Bainsizza, quando la 1° e la 2° compagnia del I reparto   d’assalto ebbero il compito di aprire la via alla 22. divisione del XXVII corpo d’armata, forzando l’Isonzo a Loga ed Auzza e conquistando il sovrastante Monte Fratta.

Nella notte tra il 18 e il 19 agosto, mentre le sue mitragliatrici, un proiettore luminoso e una sezione d’artiglieria someggiata costringevano al silenzio la difesa austriaca ravvicinata, la 1° compagnia del capitano Radicati traghettò il fiume a Loga e travolse di sorpresa la prima linea nemica, poi proseguì di slancio verso il Fratta conquistandolo prima dell’alba.  La 2° compagnia del capitano Porcari non riuscì invece a passare il fiume presso Auzza per la forte reazione d’artiglieriaa e l’insufficienza dei mezzi da ponte, ma dovette aspettare il gittamento di una passerella  all’alba, quindi avanzò con rapidità, conquistò tre linee di trincee e raggiunse a sua volta Monte Fratta: fu un successo pieno, con perdite lievi :

Nella stessa notte tra il 18 e il 19 agosto la 3° compagnia del I° reparto, agli ordini del capitano Pedercini, lanciò un attacco di sorpresa a Belpoggio, propaggine del Monte San Marco, subito a est  di Gorizia. Gli arditi espugnarono all’arma bianca due ordini di trincee e le difesero dai contrattacchi fino alla sera del 19, mentre i rincalzi di fanteria erano bloccati dal fuoco dell’artiglieria austriaca. Si trattò di un’azione a obiettivi limitati assai bene condotta, in cui le perdite abbastanza serie (ma non precisate) furono dovute soprattutto al mancato arrivo dei rincalzi.

Due settimane dopo gli arditi del I° reparto tornarono in azione sulla Bainsizza.     L’offensiva italiana si era arenata.

Per venire a capo della situazione, Capello decise di impiegare gli arditi e diede a Bassi l’ordine di preparare d’urgenza un attacco al San Gabriele con i due reparti d’assalto ormai disponibili; senonché i comandanti dei due corpi d’armata dislocati nella zona protestarono perché si toglieva alle loro truppe l’onore della conquista del monte. Il ruolo degli arditi venne perciò ridimensionato: fu infatti deciso di impiegare solo tre compagnie del I° reparto e una sezione lanciafiamme alla testa delle tre colonne di fanteria che dovevano sferrare l’attacco vero e proprio . Dopo una breve e intensa preparazione d’artiglieria, l’attacco fu sferrato all’alba del 4 settembre. Gli arditi scattarono con tempestività, ma la 4° compagnia a destra, dovette arrestarsi dinanzi al caposaldo di Santa Caterina; la 3° compagnia, a sinistra, prese di slancio il fortino di Dol, aggirando poi da nord il San Gabriele, mentre la 2° compagnia, al centro, in tre quarti d’ora conquistò tutte le trincee austriache, giunse in cima al monte ripulendo il complesso sistema di fortificazioni, gallerie e caverne, congiungendosi poi con la 3° compagnia sulla sella tra il San Gabriele e il San Daniele. Qui gli arditi si trovarono soli,  perché il pesante fuoco di interdizione dell’artiglieria austriaca distrusse i battaglioni di fanteria mentre muovevano di rincalzo; malgrado le forti perdite, l’armamento inadeguato alla difensiva e l’esaurimento delle munizioni, gli arditi riuscirono a resistere ai violenti contrattacchi, perdendo le posizioni più avanzate, ma conservando la vetta del San Gabriele e il fortino di Dol fino a sera, quando finalmente la fanteria riuscì a raggiungerli.

Il successo ebbe scarso peso sulle sorti della battaglia,  perché il mancato arrivo dei rincalzi ne aveva impedito l’immediato sfruttamento in profondità; ma gli arditi della 2° armata avevano dimostrato quanto potevano fare dinanzi alle maggiori autorità dell’esercito.

Gli arditi tornarono sulla Bainsizza un’altra volta il 29 settembre, con la 1° compagnia del II° reparto, per un’azione a obiettivi limitati  a Madoni. Dopo una preparazione d’artiglieria breve e intensa, la compagnia, rinforzata da mezza compagnia di arditi e reggimentali della brigata Venezia, scattò in avanti col favore della sorpresa, conquistò tre ordini di trincee e le difese contro i successivi attacchi. Le perdite furono pesanti, ma il successo pieno.

 

Valore e limiti di questi primi successi

  Una valutazione di questi primi combattimenti degli ardi non è facile, perché si corre sempre il rischio di sopravvalutarli se, seguendo le nostre fonti, li si isola dal contesto, oppure di sottovalutarli se si guarda alle centinaia di migliaia di uomini che si affrontarono nelle battaglie. Occorre riconoscere che gli arditi della 2. armata dimostrarono di saper condurre assalti e contrassalti con un’efficacia nuova nell’esercito italiano.In situazioni diverse per ambiente e difficoltà, ma soprattutto nell’azione sul San Gabriele, senza dubbio la più importante di questo periodo, i reparti d’assalto del colonnello Bassi riuscirono a raggiungere e a conquistare le trincee avversarie e a difenderle contro i contrattacchi successivi per il tempo sufficiente a consolidarne il possesso. L’addestramento del campo di Sdricca si dimostrava pienamente adeguato, poiché permetteva agli arditi di attaccare con il favore della sorpresa, di risolvere a proprio favore il corpo a corpo nelle trincee austriache, poi di penetrare in profondità nel dispositivo nemico senza attendere ordini superiori e di fronteggiare con le proprie forze i contrattacchi con una difesa aggressiva, fatta di manovre sui fianchi e attacchi all’arma bianca.

Un limite di fondo era però la difficoltà di, se non l’impossibilità di sostenere, consolidare e sfruttare i successi degli arditi con le normali unità di fanteria: non era infatti stata presa alcuna misura per assicurare la collaborazione tra le truppe d’assalto, tese solo alla celere conquista dei loro obiettivi, ed i pesanti battaglioni che li seguivano senza poter fruire dei vantaggi degli arditi, dall’addestramento alla sorpresa.

 

La disfatta di Caporetto

  La pesante sconfitta di Caporetto subita dall’esercito italiano per mano degli Austriaci. La sconfitta riguardò tutti i reparti dell’esercito, quindi anche gli arditi. Furono accusati di essere una massa di briganti; l’applicazione del loro intervento fu sbagliata a causa degli ufficiali, preposti, che trasformarono i battaglioni in reparti pretoriani. I reparti d’assalto, per loro natura, devono essere formati da gente senza scrupoli, ma gli ufficiali devono essere scelti tra i migliori sotto ogni aspetto, allo scopo di conservare una ferrea disciplina: nella guerra di trincea infatti i reparti d’assalto oziavano troppo.

A queste accuse i sostenitori degli arditi rifiutano di rispondere, ma si limitano a ricordare a gran voce le loro benemerenze belliche: i reparti d’assalto si sono ritirati per ultimi, ubbidendo a ordini superiori, si sono sacrificati per coprire la ritirata delle altre truppe, hanno continuato a combattere quando tutti gli altri cedevano.

 

Un nuovo tipo di combattente: l’ardito

  Era grande l’interesse del Comando supremo a mantenere e sviluppare reparti d’assalto di elevato morale, che costituivano una piccola riserva di sicuro affidamento, ma soprattutto al sicuro affidamento, ma soprattutto dimostravano al paese ed all’esercito che c’erano ancora combattenti entusiasti e vittoriosi.

Se infatti si tenta un confronto tra i reparti d’assalto ed i battaglioni di fanteria, la differenza che più colpisce è il diverso atteggiamento verso la guerra, accettata senza entusiasmo, talora con riluttanza se non coperta opposizione dalla massa dei combattenti, cercata invece con trasporto e ostentata convinzione dagli arditi. La scelta in fondo che contraddistingueva i reparti d’assalto era proprio la proclamazione del desiderio di fare la guerra e farla bene, fino alla vittoria; e questo li rendeva preziosi per il Comando supremo, non tanto come pretoriani da utilizzare contro il nemico interno, quanto come combattenti di tipo nuovo, entusiasti ed efficaci, modello implicito all’esercito e al paese. Nel clima di mobilitazione patriottica dell’ultimo anno del conflitto, gli arditi venivano a rappresentare il recupero di quel volontariato politico-militare che l’esercito aveva scarsamente apprezzato nel 1915, ma di cui ora scopriva l’importanza. Cadorna aveva cercato di imporre come modello di comportamento un tipo di combattente eroico ed astratto, troppo lontano dalla sensibilità delle masse; di fatto il modello di comportamento più diffuso della guerra italiana era stato l’alpino, il combattente obbediente e sicuro, forte però soprattutto nella difensiva, che insultava la guerra e chi l’aveva voluta, ma accettava con rassegnazione e gli ordini di superiori spesso amati.

A questo modello si contrapponevano nel1918 quello nuovo dell’ardito, l’assaltatore veloce ed efficiente, tutto votato all’offensiva ed alla vittoria, capace di imporsi all’attenzione dell’opinione pubblica; e poco importava ormai che la sua motivazione ideologica fosse più vicina al volontarismo nazionale e dannunziano che al primo interventismo democratico.

Il ruolo politico degli arditi, in sintesi, consisté nel rappresentare un combattente di tipo nuovo, che fosse di stimolo e di riferimento all’Italia del dopo-Caporetto; per questo ebbero uno sviluppo organico ed una popolarità maggiori del loro effettivo ruolo bellico.

L’ardito fu sempre un simbolo ambiguo: non l’eroe senza macchia né senza paura, né il soldatino tutto patria e famiglia della tradizione oleografica, ma l’eroe terribile, ricco di qualità così spiccate da diventare anche vizi. Si pensi alla sua fama di accoltellatore: il pugnale dell’ardito incuteva fiducia a lui e timore agli austriaci, ma dava qualche brivido e pensiero anche all’opinione pubblica che pure gli si affidava. Gli strappi alla disciplina concessi agli arditi e la loro ostentata animosità e la loro insubordinazione verso il carabiniere, tradizionale simbolo della legge e dell’ordine, non erano soltanto privilegi come il soprassoldo e la maggior copia di licenze, ma elementi costitutivi del mito, espressione della vitalità dell’ardito e della sua volontà di affermarsi e vincere ad ogni costo, anche contro le regole.

 

Alcuni combattimenti vittoriosi

  L’unica operazione di rilievo condotta dalle truppe italiane nel periodo antecedente la battaglia del Piave fu la cosiddetta battaglia dei tre monti (Monte Valbella, Col del Rosso, Col d’Echele sull’altipiano dei Sette comuni) del 28-29 gennaio, che vide il tentativo di coordinare l’azione degli arditi e della fanteria. Vi parteciparono quattro reparti d’assalto, tre brigate di fanteria, reggimenti di bersaglieri, alpini e di artiglieria. Non sembra però che fossero risolti i problemi di fondo della cooperazione tra arditi e fanteria: un bombardamento breve e intenso permise al II reparto d’assalto di raggiungere di slancio la cima del Valbella, ma i bersaglieri non riuscirono a seguirlo e gli arditi furono ricacciati dal contrattacco austriaco; dopo un giorno e mezzo di mischie furiose, arditi e bersaglieri riuscirono finalmente a conquistare la cima. L’attacco contro Col del Rosso e Col d’Echele fu meno fulmineo, non si sa se per la maggior efficienza della difesa austriaca o per la preoccupazione di non perdere i contatti; con tre successivi sanguinosi assalti le due vette vennero però conquistate e poi tenute contro tutti i contrattacchi. Gran parte del merito di queste vittorie va agli arditi, ma anche alla fanteria e ai bersaglieri, che combatterono duramente.

Fu costituita nel giugno del 1918 la 1. divisione d’assalto, che agì sul Piave alla vigilia dell’offensiva austriaca; la creazione di una divisione e di un corpo d’assalto rappresentava un rovesciamento della linea di condotta del Comando supremo, che poco prima aveva ordinato che ogni reparto d’assalto assumesse il numero del corpo d’armata cui era assegnato, per sottolineare la stabilità di questo legame e l’importanza di questo affiatamento tra arditi e fanteria ed ora toglieva a nove corpi d’armata i loro reparti d’assalto per impiegarli a massa sul campo di battaglia. Non ci fu però tempo per un addestramento sufficientemente coordinato per organizzare le strategie da mettere in atto. Nonostante la 1. divisione d’assalto fosse stata messa sul campo solo pochi giorni dopo la sua creazione, riuscì a fermare la penetrazione austriaca sul basso Piave e fu lanciata una controffensiva verso Fossalta di Piave: si riuscì ad arrestare la spinta offensiva del nemico, nonostante alcune perdite.

 

Accuse sul trattamento dei prigionieri

  Un problema che ha spesso riguardato gli arditi è l’accusa sul trattamento dei prigionieri: le accuse rivolte agli arditi di accoltellare spesso gli austriaci anche quando si erano arresi erano numerose. E’ sicuramente un riflesso della fama di ferocia che gli arditi coltivavano, con l’incoraggiamento dei comandi, perché era componente essenziale del loro mito e del timore che incutevano al nemico. Comunque in tutti i combattimenti è impossibile sapere se l’ultimo colpo inferto era necessario o gratuito. E’ possibile attestare, grazie alla produzione reperibile sugli arditi, che sono frequenti le descrizioni compiaciute di corpo a corpo e accoltellamenti di austriaci e l’insistenza sulla ferocia degli arditi e la loro sperimentata bravura nell’uso del pugnale.

 

 L’ingresso in politica degli Arditi

  L’ingresso degli arditi nella lotta politica del dopoguerra avvenne attraverso la mediazione di due gruppi diversi, ma vicini e presto alleati: i futuristi e il Popolo d’Italia di Mussolini. Tra le varie componenti dell’interventismo patriottico i futuristi furono i primi a rivolgersi agli arditi come ad una forza politica autonoma e rinnovatrice, che nelle contese del dopoguerra poteva e doveva continuare l’opera intrapresa in guerra. Sul settimanale Roma futurista uno degli esponenti del gruppo, che era anche tenente degli arditi, Mario Carli, lanciò il 20 settembre 1919 un Primo appello alle fiamme, che anticipava buona parte della tematica dell’arditismo.

L’iniziativa dei futuristi trovò un inaspettato e autorevole appoggio negli alti comandi, se è vero che il leader del piccolo gruppo, Marinetti, poté parlare in ottobre a trecento ufficiali degli arditi, incitandoli ad amare appassionatamente l’Italia ed a combattere fino alla vittoria, ma anche a pretendere un ruolo privilegiato nel dopoguerra.

Sempre su Roma futurista, il 10 dicembre Carli lanciò un Secondo appello alle fiamme per la fondazione di un’Associazione arditi, presentata con demagogia e grandi ambizioni e una singolare disponibilità di programmi.

L’Associazione fra gli arditi d’Italia fu fondata a Roma il 1. gennaio 1919 per iniziativa di Mario Carli e pochi altri. Il suo programma reso noto con qualche ritardo, era assai più vago degli appelli precedenti, limitato a rivendicazioni di tipo corporativo e ad affermazioni generiche.

Malgrado questa genericità di accenti, l’Associazione infrangeva i regolamenti dell’esercito perché si rivolgeva senza autorizzazione anche a militari in servizio; tuttavia le autorità intervennero così blandamente da fornire di fatto un avallo. Non erano però i pochi futuristi, noti soprattutto per le loro stravaganze, che potevano dare all’Associazione uno sviluppo: furono Milano e il Popolo d’Italia di Mussolini che portarono gli arditi alla ribalta. Nel corso dell’ultimo anno di guerra i contatti tra Mussolini e gli arditi non furono particolarmente intensi, ma si svilupparono rapidamente a partire dall’ottobre-novembre 1918. Quando un gruppo di ufficiali e sottoufficiali del XXVII reparto d’assalto decisero di creare un organo di stampa che fungesse da collegamento tra gli arditi nel passaggio dalla guerra al dopoguerra, fu a Mussolini che si rivolsero; fu progettato un periodico intitolato Le fiamme, ma l’iniziativa andò a monte per il sopraggiungere della smobilitazione e, forse, per l’intervento dei comandi superiori. Il 10 novembre a Milano Mussolini fu al centro di una manifestazione di simpatia di un gruppo di arditi.

L’indomani alcuni arditi, in visita al Popolo d’Italia, dichiararono Mussolini: “Ora che la guerra è finita, vogliamo essere al vostro fianco per combattere le battaglie civili per la grandezza della patria”. Il Popolo d’Italia prese quindi a pubblicare frequenti articoli di esaltazione degli arditi, ricevendo in risposta lettere di gratitudine e solidarietà da vari reparti d’assalto. Il 27 dicembre pubblicò una versione un po’ ampliata del Secondo appello alle fiamme di Carli e poi assunse direttamente l’organizzazione degli arditi milanesi, con un appello del 14 gennaio.

Il 18 gennaio il giornale pubblicò un nuovo appello ai “veri arditi italiani” per la costituzione della sezione milanese dell’Associazione arditi, firmato da una ventina di reduci. L’indomani costoro fondarono la Casa del mutuo aiuto dell’ardito, sezione di Milano dell’Associazione fra gli arditi d’Italia, che aveva come recapito l’abitazione di Marinetti e un programma soprattutto assistenziale di appoggio morale e pratico agli smobilitati.

 

Stretti contatti con il fascismo

  Per sopravvivere, quello che restava dell’Associazione arditi, dilaniata da violenti contrasti interni, dovette collocarsi sotto la tutela di D’Annunzio e Mussolini. Nel gennaio 1920 fu redatto a Fiume un nuovo Programma-statuto che inseriva pienamente l’Associazione nel movimento dannunziano, accentuandone il carattere politico a scapito di quello combattentistico: potevano infatti farne parte gli arditi di guerra e quelli reggimentali, i legionari fiumani, “gli arditi del mare e gli arditi del cielo” e inoltre tutti quei combattenti che “abbiano tali meriti intellettuali e morali e così singolare personalità da meritare il nome di ardito”. D’annunzio era proclamato presidente onorario dell’Associazione. Questo tentativo di rilancio non ebbe però successo, malgrado gli ardenti proclami del nuovo presidente, con ogni evidenza perché faceva dell’arditismo una semplice appendice del dannunzianesimo. E infatti la sezione di Milano, l’unica rimasta sicuramente in vita per tutto il 1920, preferì appoggiarsi a Mussolini; questi si accollò il finanziamento della sezione e del settimanale L’ardito, ottenendone in cambio un pieno appoggio nelle lotte interne al movimento fascista, particolarmente aspre in questo periodo in cui l’avanzata del movimento operaio pareva inarrestabile.

La carta decisiva per la sopravvivenza e poi il rilancio del combattentismo ardito fu la sua apertura anche a chi non aveva militato nei reparti d’assalto. Questo espediente permise di rinsanguare l’Associazione arditi con ex combattenti politicamente affini, poi, secondo un’interpretazione estensiva delle norme, con giovanissimi che non avevano potuto fare la guerra per motivi di età, infine anche con persone che erano riuscite ad evitare i rischi della trincea, ma chiedevano di diventare arditi per sfruttare la forza che il mito conservava. Il reclutamento dei nuovi iscritti fui facilitato dalla sconfitta del movimento operaio, che aprì la via alla controffensiva delle destre; la travolgente affermazione dello squadrismo fascista a partire dall’inverno 1920-21 consegnava a Mussolini ed ai suoi la leadership incontrastata della riscossa oltranzista, ma apriva spazi insperati anche agli arditi. Il successo del movimento fascista era infatti troppo rapido e grande per non provocare scompensi e contraddizioni al suo interno e nella vasta area di simpatizzanti e nuovi seguaci; infatti gli anni 1921-25 videro un succedersi di regolamenti di conti nell’ambito del fascismo trionfante e un pullulare di forze e gruppi diversi strettamente uniti nell’attacco al movimento operaio e poi allo stato liberale, ma fermamente decisi a difendere il loro ruolo e le loro fortune, se necessario anche contro i fascisti. Per tutti quelli che non riuscivano a salire subito sul carro dei vincitori o ne venivano espulsi dopo violente lotte di potere o desideravano condurre una loro battaglia a fianco, ma non agli ordini di Mussolini, per tutti costoro l’arditismo offriva grosse opportunità.

 Cristoforo Baseggio e gli Arditi