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Il Canto degli Arditi
Mamma
non piangere se c'è l'avanzata,
tuo figlio è forte dall'alto dei cuor
asciuga il pianto della fidanzata,
chè nell'assalto si vince o si muor.
Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.
Fiamme Nere avanguardia di morte,
siam vessillo di lotta e di orror,
siamo l'orgoglio trasformato in coorte,
per difender d'Italia l'onor.
Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.
Una stella ci guida, la sorte,
e ci avvincon tre fiamme d'amor,
tre parole di fede e di morte:
pugnale,
la bomba ed il cuor.
Avanti
Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.
L'ardito è bello, l'ardito è forte!
ama le donne, beve il buon vin;
per le sue fiamma color di morte
trema il nemico quando è vicin!
Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.
Quante volte fra tenebre folte,
nella notte estraemmo il pugnal
fra trincee e difese sconvolte
dalla mischia cruenta e fatal!
Avanti Ardito, le Fiamme Nere
son come simbolo delle tue schiere
scavalca i monti, divora il piano
pugnal fra i denti, le bombe a mano.
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Origine degli Arditi
Sulle origini degli arditi esistono due linee di
interpretazione in netto contrasto. La prima e di gran lunga
la più diffusa riconosce come padri o precursori degli
arditi, o come arditi a pieno titolo, tutte le truppe scelte
costituite nel corso del conflitto, generalmente con il
compito di imprimere una condotta aggressiva alla guerra di
trincea con colpi di mano, azioni di pattuglie, distruzione
di reticolati nemici. Il più noto sostenitore di questa
linea fu Cristoforo Baseggio, un pittoresco personaggio che,
sfruttando le sue benemerenze di fascista della prima ora,
riuscì nel dopoguerra a farsi riconoscere negli ambienti
combattentistici il ruolo di “padre” degli arditi.
Comandante di una compagnia di alpini in Valsugana nel 1915,
Baseggio diede vita a una “compagnia esploratori” di 450
volontari tratti dai reparti in zona, che nell’inverno
1915-16 svolsero compiti di pattugliamento e colpi di mano
in un settore montano non ancora irrigidito in sistemi di
trincee. All’inizio dell’aprile 1916 la compagnia di
esploratori, impegnata per la prima volta in un attacco
frontale a posizioni austriache fortificate, fu distrutta e
poi sciolta perché non più impiegabile con successo in una
guerra che anche in alta montagna era ormai di posizione. Ciò
non impedì a Baseggio e a buona parte della pubblicistica
fascista e combattentista di presentare questa compagnia
esploratori come primo reparto d’assalto, con una palese
forzatura giustificata dalla considerazione esclusiva dei
cosiddetti fattori morali o meglio ancora dovuta alla
tendenza a battezzare “ardito” tutto ciò che differiva
dalla fanteria regolare.
Anche
lasciando da parte il caso Baseggio, chi sostiene che gli
arditi “nacquero per fioritura spontanea” non ha
difficoltà a trovare loro precursori: basti ricordare i
reparti di esploratori reggimentali organizzati nel 1914 per
la guerra di movimento, le squadre di guastatori per la
distruzione dei reticolati nel 1915, i distaccamenti
speciali per la guerra di montagna, soprattutto
l’istituzione dei “militari arditi” con una circolare
del Comando supremo che prevedeva la concessione di un
distintivo onorifico ai soldati segnalatisi per coraggio.
Esploratori,
guastatori, militari arditi rientrano tutti nella categoria
delle truppe scelte, sono cioè combattenti selezionati per
compiti di particolare difficoltà e rischio sulla base di
fattori fisici e morali, ma non separati dai loro reparti di
origine, di cui continuano a dividere la vita,
l’addestramento, l’armamento, lo spirito. Le truppe
scelte, in sostanza, devono trascinare una fanteria che non
riesce più a svolgere il suo ruolo di regina delle
battaglie, ma non devono modificare realmente le
caratteristiche di impiego.
Tutta la
produzione sugli arditi nega con la massima energia
qualsiasi dipendenza degli arditi dalle Sturmtruppen,
le truppe d’assalto dell’esercito austro-ungarico.
Dalla documentazione disponibile risulta invece che le Sturmtruppen
furono senza ombra di dubbio il modello di partenza dei
reparti d’assalto italiani che pur seppero svilupparsi con
un’indiscutibile originalità. Una circolare del Comando
supremo nel 1917 attira l’attenzione dei comandi italiani
sui “riparti d’assalto presso l’esercito
austro-ungarico, affinché la conoscenza dei metodi
d’azione seguiti dall’avversario offre il mezzo, non
solo di opporvisi con adeguati procedimenti, ma altresì di
adottare ogni qual volta se ne presenti la convenienza,
analoghi sistemi”.
Le
somiglianze sono tali da non potere essere dovute al caso,
come del resto è normale in una guerra tra due avversari a
stretto contatto, entrambi impegnati a sviluppare ogni
strumento bellico possibile per sorprendere il nemico; e
infatti il successo degli arditi non mancò di influenzare a
sua volta l’evoluzione delle Sturmtruppen.
Le truppe
d’assalto dell’esercito austro-ungarico erano di due
tipi: le Sturmpatrouillen (pattuglie d’assalto) costituite in ogni
compagnia di fanteria facendo seguire un corso di cinque-sei
settimane ai migliori soldati, cui venivano concessi piccoli
privilegi; queste pattuglie dovevano fornire gli uomini per
tutte le minori azioni offensive. Gli Sturmbattaillonen
(battaglioni d’assalto) erano invece reparti organici,
assegnati in ragione di uno per divisione, che si potevano
dividere in compagnie in grado di agire autonomamente a
sostegno dei singoli reggimenti.
Dai
documenti disponibili risulta in modo indiscutibile che i
reparti d’assalto italiani derivarono dalle Sturmtruppen
innanzi tutto come impostazione generale, cioè come
tentativo di ovviare alla diminuita combattività ed
all’insufficiente addestramento della massa della fanteria
con lo sviluppo di unità di unità d’urto, selezionate e
convenientemente preparate, cui era affidato il difficile
compito di guidare gli assalti e di alzare il morale
dell’esercito. Le Sturmtruppen
furono inoltre certamente prese a modello per molti aspetti
del reclutamento, addestramento, armamento e impiego, anche
se le soluzioni austriache non erano in genere novità
assolute, ma piuttosto il logico portato dell’esperienza
bellica. Il punto radicale di differenza da cui dovevano
derivare gli elementi di superiorità degli arditi, fu nel
rapporto con la massa della fanteria. Le Sturmtruppen
infatti rimasero sempre parte integrante delle unità di
fanteria dell’esercito austro-ungarico, perché erano
indispensabili per innervare una compagine ormai corrosa da
una profonda crisi di stanchezza; furono quindi truppe
scelte cui non si chiedeva di modificare l’impianti e la
condotta della battaglia, ma di trascinate la massa passiva.
La fanteria italiana aveva invece conservato una solidità
maggiore e poteva tenere il campo da sola.
Gli
arditi perciò nacquero e si svilupparono come corpo a sé
stante, con un forte distacco dalla fanteria e quindi un
elevato spirito di corpo e possibilità di azione assai
maggiori; furono in sostanza truppe speciali, con un ruolo
autonomo nella battaglia, e non truppe scelte, destinate
soltanto a sostenere la fanteria.
La nascita degli Arditi: il
campo di Sdricca
I reparti d’assalto nacquero nell’estate del 1917 presso
la 2. armata per l’iniziativa combinata del generale
Capello , del generale Grazioli e del tenente colonnello
Bassi. Il 12 giugno fu costituita a Russig, nelle retrovie
di Gorizia, una compagnia di formazione agli ordini di Bassi
con quattro plotoni di fanteria, una sezione di
mitragliatrici e una di artiglieria someggiata provenienti
da differenti reggimenti della 2. armata; dopo due settimane
di intenso addestramento, la compagnia fu presentata a
Grazioli e poi a Capello, che approvarono caldamente i
risultati del lavoro di Bassi e specialmente
l’esercitazione a fuoco che concludeva la dimostrazione.
Questi esperimenti non mancarono di fare effetto sul Comando
supremo, che, come abbiamo già visto, era assai interessato
alla costituzione di truppe d’assalto italiane; con la
circolare del 26 giugno il Comando supremo prescrisse la
formazione di un reparto d’assalto sul modello
austro-ungarico. Capello ottenne subito l’autorizzazione a
costituire il Ι reparto d’assalto (il 5 luglio),
mentre il Comando supremo emanava le prime norme di massima
per i nuovi reparti d’assalto. Poiché il campo di Russig
era insufficiente, dopo una serie di ricognizioni la sede
per la creazione e l’addestramento della nuova unità fu
scelta sulla riva destra del Natisone, a Sdricca di Manzano,
dove era possibile dare alle esercitazioni a fuoco tutto lo
sviluppo e il realismo necessari.
Nel campo
di Sdricca il I reparto d’assalto ebbe assetto definitivo
e il 29 luglio battesimo ufficiale alla presenza del re; da
Sdricca partirono gli arditi per i primi vittoriosi
combattimenti, a Sdricca infine fu costituito in agosto il
II reparto, seguito tra settembre e ottobre da altri quattro
reparti. Il campo di Sdricca fu quindi la “culla” degli
arditi nella realtà e nella leggenda.
Fino ad
allora la fanteria italiana non aveva avuto che
l’addestramento tradizionale, limitato essenzialmente agli
esercizi in piazza d’armi, a pochi colpi di fucile in
poligono ed a qualche dimostrazione di avanzata a sbalzi in
lunghe catene parallele; anche nelle retrovie del fronte le
truppe non ricevevano una preparazione adeguata alle
esigenze della guerra di trincea, salvo meritori tentativi
di singoli comandanti. Nel campo di Sdricca invece
l’addestramento era condotto con serietà e ampiezza di
vedute: molta ginnastica di base, elementi di lotta corpo a
corpo con armi e senza, intense e realistiche istruzioni al
lancio di bombe a mano ed al tiro col fucile e
mitragliatrice, quindi, al momento culminante, esercitazioni
d’insieme sulla cosiddetta “collina tipo”, che gli
arditi dovevano assaltare sotto il fuoco di mitragliatrici e
cannoni, in condizioni abbastanza vicine alla realtà. Più
ancora degli studi sono le testimonianze e la leggenda a
darci la misura della novità di questo addestramento, che
costituisce oggi la norma per la preparazione di qualsiasi
fanteria, ma rappresentava allora un’autentica innovazione
e un’esperienza entusiasmante per chi ne poteva fruire,
traendone finalmente un grado di istruzione adeguato alle
necessità della trincea e un morale altissimo.
L’esperto
di psicologia delle masse del Comando supremo di Cadorna
osservò che gli orrori della trincea ridussero
progressivamente i soldati a oggetti passivi, disorientati e
frastornati, condizionati infine ad un’obbedienza supina
che li portava a morire senza la possibilità di una presa
di coscienza o di una reazione autonoma. A Sdricca si
seguiva un’impostazione opposta, che faceva appello alla
collaborazione degli arditi, quale poteva nascere dalla
consapevolezza di dover e poter combattere con efficacia.
Gli arditi dovevano ripetere molte volte ogni gesto e ogni
fase dell’assalto fino all’acquisizione di una serie di
automatismi, visti però non come garanzia di passiva
accettazione del destino, ma come la conquista di una
“professionalità” che non poteva non avere grosse
conseguenze sul morale, come strumento per dare libero campo
all’iniziativa e all’aggressività individuale.
L’intero addestramento era finalizzato alla preparazione
di combattenti nuovi sul piano fisico, professionale e
morale.
Il quadro
tradizionale dell’ardito che avanza a colpi di pugnale e
bombe a mano rappresenta uno solo degli aspetti della realtà.
Bassi intendeva infatti che un reparto d’assalto fosse in
grado di affrontare sia il combattimento a distanza che
quello ravvicinato; e per quest’ultimo scelse il petardo
Thévenot, una
bomba a mano offensiva che squassava il nemico con lo
scoppio più che con le schegge minutissime e quindi non
costituiva un pericolo per l’attaccante che la lasciava
davanti a sé, e il pugnale, arma idonea al corpo a corpo
per motivi tecnici e più ancora psicologici.
L’esaltazione del pugnale e della bomba a mano,
caratteristica del mito degli arditi, era necessaria perché
la lotta corpo a corpo doveva costituire il momento
culminante dell’assalto e perché i nuovi reparti dovevano
conquistarsi una fama di terribilità presso amici e nemici.
Nell’estate
del1917 un battaglione di mille uomini disponeva di
mitragliatrici, pistole mitragliatrici, lanciagranate
leggieri; i reparti d’assalto di Sdricca avevano poco più
di 700 uomini, ma erano supportati da armi automatiche:
mitragliatrici, pistole mitragliatrici e cannoni. A
caratterizzare particolarmente i reparti creati da Bassi fu
l’impiego della pistola mitragliatrice, arma
corrispondente all’incirca all’odierno fucile
mitragliatore, ma con molti difetti di funzionamento e di
efficacia, difficile da utilizzare e perciò poco apprezzata
e valorizzata dalla fanteria. Il fuoco delle mitragliatrici
dalla base di partenza e quello delle pistole mitragliatrici
che prendevano parte all’assalto sparando senza fermarsi
(quindi con effetti prevalentemente mortali) avevano il
compito della protezione diretta degli arditi lanciati
contro le trincee nemiche; le pistole mitragliatrici,
insieme ai moschetti (una versione alleggerita del fucile
’91 di cui erano dotati gli arditi) dovevano poi fornire
il nerbo della difesa delle posizioni conquistate contro il
ritorno del nemico. I reparti d’assalto risultavano così
assai più articolati e potenti degli altri reparti di
fanteria ed assai più idonei a sfruttare terreno e
circostanze per penetrare in profondità nel dispositivo
nemico senza perdere capacità offensiva.
Il fine
di questo addestramento era fare degli arditi un corpo con
una propria autonomia organica, tattica e politico-morale. I
reparti d’assalto furono cioè creati e sviluppati non
tanto a integrazione della fanteria, quanto in
contrapposizione implicita , ma evidente, alla massa di
combattenti, con un distacco marcato che non poteva avere
origini profonde e conseguenze di rilievo. Il rendimenti
insufficiente dei battaglioni di fanteria era dovuto,
molto schematicamente, sia a cause militari, cioè
all’armamento e all’addestramento inadeguati delle
truppe, sia a cause politiche, ossia all’incapacità della
classe dirigente di coinvolgere realmente le masse in un
conflitto voluto e gestito sulle loro teste, se non con i
loro interessi. La creazione degli arditi non affrontava di
petto questa situazione, ma proponeva una soluzione
parziale, vale a dire la formazione di reparti selezionati e
preparati secondo criteri militari destinati a svolgere con
una nuova efficienza alcuni tra i più difficili compiti
della guerra di trincea e ad offrire un modello positivo di
combattente.
Era
necessario che gli arditi avessero un morale altissimo e uno
spiccato spirito di corpo. Fino a quel momento gli alti
comandi avevano cercato di istillare nelle truppe un alto
morale soltanto facendo appello al senso del dovere, al
patriottismo, a valori che i soldati sentivano spesso
astratti, se non estranei; sembrava quasi che i comandi
considerassero avvilente offrire incentivi materiali per
facilitare l’adempimento del dovere.
Con
gli arditi fu seguita una politica finalmente più duttile,
che contemperava valori morali e vantaggi materiali. I
reparti d’assalto si differenziarono perciò dalla
fanteria non solo per addestramento e armamento, ma per il
diverso trattamento e per
la divisa. Gli arditi infatti ebbero sin dall’inizio
l’esenzione dai massacranti turni in trincea, migliori
condizioni di vitto e alloggio, un soprassoldo, un regime
disciplinare meno rigido e formale
e maggior copia di licenze e permessi, un trattamento
in sostanza di assoluto privilegio, che fu sottolineato
dalla concessione di una divisa particolare: giubba aperta e
maglione invece dell’insopportabile colletto chiuso
dell’uniforme regolamentare,
abolizione dello zaino, equipaggiamento individuale più
pratico e leggero.
L’affermazione dei reparti d’assalto
Il
battesimo del fuoco degli arditi di Sdricca ebbe luogo in
occasione della battaglia della Bainsizza, quando la 1° e
la 2° compagnia del I reparto
d’assalto ebbero il compito di aprire la via alla
22. divisione del XXVII corpo d’armata, forzando
l’Isonzo a Loga ed Auzza e conquistando il sovrastante
Monte Fratta.
Nella
notte tra il 18 e il 19 agosto, mentre le sue
mitragliatrici, un proiettore luminoso e una sezione
d’artiglieria someggiata costringevano al silenzio la
difesa austriaca ravvicinata, la 1° compagnia del capitano
Radicati traghettò il fiume a Loga e travolse di sorpresa
la prima linea nemica, poi proseguì di slancio verso il
Fratta conquistandolo prima dell’alba.
La 2° compagnia del capitano Porcari non riuscì
invece a passare il fiume presso Auzza per la forte reazione
d’artiglieriaa e l’insufficienza dei mezzi da ponte, ma
dovette aspettare il gittamento di una passerella
all’alba, quindi avanzò con rapidità, conquistò
tre linee di trincee e raggiunse a sua volta Monte Fratta:
fu un successo pieno, con perdite lievi :
Nella
stessa notte tra il 18 e il 19 agosto la 3° compagnia del I°
reparto, agli ordini del capitano Pedercini, lanciò un
attacco di sorpresa a Belpoggio, propaggine del Monte San
Marco, subito a est di
Gorizia. Gli arditi espugnarono all’arma bianca due ordini
di trincee e le difesero dai contrattacchi fino alla sera
del 19, mentre i rincalzi di fanteria erano bloccati dal
fuoco dell’artiglieria austriaca. Si trattò di
un’azione a obiettivi limitati assai bene condotta, in cui
le perdite abbastanza serie (ma non precisate) furono dovute
soprattutto al mancato arrivo dei rincalzi.
Due
settimane dopo gli arditi del I° reparto tornarono in
azione sulla Bainsizza.
L’offensiva italiana si era arenata.
Per
venire a capo della situazione, Capello decise di impiegare
gli arditi e diede a Bassi l’ordine di preparare
d’urgenza un attacco al San Gabriele con i due reparti
d’assalto ormai disponibili; senonché i comandanti dei
due corpi d’armata dislocati nella zona protestarono perché
si toglieva alle loro truppe l’onore della conquista del
monte. Il ruolo degli arditi venne perciò ridimensionato:
fu infatti deciso di impiegare solo tre compagnie del I°
reparto e una sezione lanciafiamme alla testa delle tre
colonne di fanteria che dovevano sferrare l’attacco vero e
proprio . Dopo una breve e intensa preparazione
d’artiglieria, l’attacco fu sferrato all’alba del 4
settembre. Gli arditi scattarono con tempestività, ma la 4°
compagnia a destra, dovette arrestarsi dinanzi al caposaldo
di Santa Caterina; la 3° compagnia, a sinistra, prese di
slancio il fortino di Dol, aggirando poi da nord il San
Gabriele, mentre la 2° compagnia, al centro, in tre quarti
d’ora conquistò tutte le trincee austriache, giunse in
cima al monte ripulendo il complesso sistema di
fortificazioni, gallerie e caverne, congiungendosi poi con
la 3° compagnia sulla sella tra il San Gabriele e il San
Daniele. Qui gli arditi si trovarono soli,
perché il pesante fuoco di interdizione
dell’artiglieria austriaca distrusse i battaglioni di
fanteria mentre muovevano di rincalzo; malgrado le forti
perdite, l’armamento inadeguato alla difensiva e
l’esaurimento delle munizioni, gli arditi riuscirono a
resistere ai violenti contrattacchi, perdendo le posizioni
più avanzate, ma conservando la vetta del San Gabriele e il
fortino di Dol fino a sera, quando finalmente la fanteria
riuscì a raggiungerli.
Il
successo ebbe scarso peso sulle sorti della battaglia,
perché il mancato arrivo dei rincalzi ne aveva
impedito l’immediato sfruttamento in profondità; ma gli
arditi della 2° armata avevano dimostrato quanto potevano
fare dinanzi alle maggiori autorità dell’esercito.
Gli
arditi tornarono sulla Bainsizza un’altra volta il 29
settembre, con la 1° compagnia del II° reparto, per
un’azione a obiettivi limitati
a Madoni. Dopo una preparazione d’artiglieria breve
e intensa, la compagnia, rinforzata da mezza compagnia di
arditi e reggimentali della brigata Venezia, scattò in
avanti col favore della sorpresa, conquistò tre ordini di
trincee e le difese contro i successivi attacchi. Le perdite
furono pesanti, ma il successo pieno.
Valore e
limiti di questi primi successi
Una
valutazione di questi primi combattimenti degli ardi non è
facile, perché si corre sempre il rischio di
sopravvalutarli se, seguendo le nostre fonti, li si isola
dal contesto, oppure di sottovalutarli se si guarda alle
centinaia di migliaia di uomini che si affrontarono nelle
battaglie. Occorre riconoscere che gli arditi della 2.
armata dimostrarono di saper condurre assalti e contrassalti
con un’efficacia nuova nell’esercito italiano.In
situazioni diverse per ambiente e difficoltà, ma
soprattutto nell’azione sul San Gabriele, senza dubbio la
più importante di questo periodo, i reparti d’assalto del
colonnello Bassi riuscirono a raggiungere e a conquistare le
trincee avversarie e a difenderle contro i contrattacchi
successivi per il tempo sufficiente a consolidarne il
possesso. L’addestramento del campo di Sdricca si
dimostrava pienamente adeguato, poiché permetteva agli
arditi di attaccare con il favore della sorpresa, di
risolvere a proprio favore il corpo a corpo nelle trincee
austriache, poi di penetrare in profondità nel dispositivo
nemico senza attendere ordini superiori e di fronteggiare
con le proprie forze i contrattacchi con una difesa
aggressiva, fatta di manovre sui fianchi e attacchi
all’arma bianca.
Un
limite di fondo era però la difficoltà di, se non
l’impossibilità di sostenere, consolidare e sfruttare i
successi degli arditi con le normali unità di fanteria: non
era infatti stata presa alcuna misura per assicurare la
collaborazione tra le truppe d’assalto, tese solo alla
celere conquista dei loro obiettivi, ed i pesanti
battaglioni che li seguivano senza poter fruire dei vantaggi
degli arditi, dall’addestramento alla sorpresa.
La
disfatta di Caporetto
La
pesante sconfitta di Caporetto subita dall’esercito
italiano per mano degli Austriaci. La sconfitta riguardò
tutti i reparti dell’esercito, quindi anche gli arditi.
Furono accusati di essere una massa di briganti;
l’applicazione del loro intervento fu sbagliata a causa
degli ufficiali, preposti, che trasformarono i battaglioni
in reparti pretoriani. I reparti d’assalto, per loro
natura, devono essere formati da gente senza scrupoli, ma
gli ufficiali devono essere scelti tra i migliori sotto ogni
aspetto, allo scopo di conservare una ferrea disciplina:
nella guerra di trincea infatti i reparti d’assalto
oziavano troppo.
A
queste accuse i sostenitori degli arditi rifiutano di
rispondere, ma si limitano a ricordare a gran voce le loro
benemerenze belliche: i reparti d’assalto si sono ritirati
per ultimi, ubbidendo a ordini superiori, si sono
sacrificati per coprire la ritirata delle altre truppe,
hanno continuato a combattere quando tutti gli altri
cedevano.
Un
nuovo tipo di combattente: l’ardito
Era
grande l’interesse del Comando supremo a mantenere e
sviluppare reparti d’assalto di elevato morale, che
costituivano una piccola riserva di sicuro affidamento, ma
soprattutto al sicuro affidamento, ma soprattutto
dimostravano al paese ed all’esercito che c’erano ancora
combattenti entusiasti e vittoriosi.
Se
infatti si tenta un confronto tra i reparti d’assalto ed i
battaglioni di fanteria, la differenza che più colpisce è
il diverso atteggiamento verso la guerra, accettata senza
entusiasmo, talora con riluttanza se non coperta opposizione
dalla massa dei combattenti, cercata invece con trasporto e
ostentata convinzione dagli arditi. La scelta in fondo che
contraddistingueva i reparti d’assalto era proprio la
proclamazione del desiderio di fare la guerra e farla bene,
fino alla vittoria; e questo li rendeva preziosi per il
Comando supremo, non tanto come pretoriani da utilizzare
contro il nemico interno, quanto come combattenti di tipo
nuovo, entusiasti ed efficaci, modello implicito
all’esercito e al paese. Nel clima di mobilitazione
patriottica dell’ultimo anno del conflitto, gli arditi
venivano a rappresentare il recupero di quel volontariato
politico-militare che l’esercito aveva scarsamente
apprezzato nel 1915, ma di cui ora scopriva l’importanza.
Cadorna aveva cercato di imporre come modello di
comportamento un tipo di combattente eroico ed astratto,
troppo lontano dalla sensibilità delle masse; di fatto il
modello di comportamento più diffuso della guerra italiana
era stato l’alpino, il combattente obbediente e sicuro,
forte però soprattutto nella difensiva, che insultava la
guerra e chi l’aveva voluta, ma accettava con
rassegnazione e gli ordini di superiori spesso amati.
A
questo modello si contrapponevano nel1918 quello nuovo
dell’ardito, l’assaltatore veloce ed efficiente, tutto
votato all’offensiva ed alla vittoria, capace di imporsi
all’attenzione dell’opinione pubblica; e poco importava
ormai che la sua motivazione ideologica fosse più vicina al
volontarismo nazionale e dannunziano che al primo
interventismo democratico.
Il
ruolo politico degli arditi, in sintesi, consisté nel
rappresentare un combattente di tipo nuovo, che fosse di
stimolo e di riferimento all’Italia del dopo-Caporetto;
per questo ebbero uno sviluppo organico ed una popolarità
maggiori del loro effettivo ruolo bellico.
L’ardito
fu sempre un simbolo ambiguo: non l’eroe senza macchia né
senza paura, né il soldatino tutto patria e famiglia della
tradizione oleografica, ma l’eroe terribile, ricco di
qualità così spiccate da diventare anche vizi. Si pensi
alla sua fama di accoltellatore: il pugnale dell’ardito
incuteva fiducia a lui e timore agli austriaci, ma dava
qualche brivido e pensiero anche all’opinione pubblica che
pure gli si affidava. Gli strappi alla disciplina concessi
agli arditi e la loro ostentata animosità e la loro
insubordinazione verso il carabiniere, tradizionale simbolo
della legge e dell’ordine, non erano soltanto privilegi
come il soprassoldo e la maggior copia di licenze, ma
elementi costitutivi del mito, espressione della vitalità
dell’ardito e della sua volontà di affermarsi e vincere
ad ogni costo, anche contro le regole.
Alcuni
combattimenti vittoriosi
L’unica
operazione di rilievo condotta dalle truppe italiane nel
periodo antecedente la battaglia del Piave fu la cosiddetta
battaglia dei tre monti (Monte Valbella, Col del Rosso, Col
d’Echele sull’altipiano dei Sette comuni) del 28-29
gennaio, che vide il tentativo di coordinare l’azione
degli arditi e della fanteria. Vi parteciparono quattro
reparti d’assalto, tre brigate di fanteria, reggimenti di
bersaglieri, alpini e di artiglieria. Non sembra però che
fossero risolti i problemi di fondo della cooperazione tra
arditi e fanteria: un bombardamento breve e intenso permise
al II reparto d’assalto di raggiungere di slancio la cima
del Valbella, ma i bersaglieri non riuscirono a seguirlo e
gli arditi furono ricacciati dal contrattacco austriaco;
dopo un giorno e mezzo di mischie furiose, arditi e
bersaglieri riuscirono finalmente a conquistare la cima.
L’attacco contro Col del Rosso e Col d’Echele fu meno
fulmineo, non si sa se per la maggior efficienza della
difesa austriaca o per la preoccupazione di non perdere i
contatti; con tre successivi sanguinosi assalti le due vette
vennero però conquistate e poi tenute contro tutti i
contrattacchi. Gran parte del merito di queste vittorie va
agli arditi, ma anche alla fanteria e ai bersaglieri, che
combatterono duramente.
Fu
costituita nel giugno del 1918 la 1. divisione d’assalto,
che agì sul Piave alla vigilia dell’offensiva austriaca;
la creazione di una divisione e di un corpo d’assalto
rappresentava un rovesciamento della linea di condotta del
Comando supremo, che poco prima aveva ordinato che ogni
reparto d’assalto assumesse il numero del corpo d’armata
cui era assegnato, per sottolineare la stabilità di questo
legame e l’importanza di questo affiatamento tra arditi e
fanteria ed ora toglieva a nove corpi d’armata i loro
reparti d’assalto per impiegarli a massa sul campo di
battaglia. Non ci fu però tempo per un addestramento
sufficientemente coordinato per organizzare le strategie da
mettere in atto. Nonostante la 1. divisione d’assalto
fosse stata messa sul campo solo pochi giorni dopo la sua
creazione, riuscì a fermare la penetrazione austriaca sul
basso Piave e fu lanciata una controffensiva verso Fossalta
di Piave: si riuscì ad arrestare la spinta offensiva del
nemico, nonostante alcune perdite.
Accuse
sul trattamento dei prigionieri
Un
problema che ha spesso riguardato gli arditi è l’accusa
sul trattamento dei prigionieri: le accuse rivolte agli
arditi di accoltellare spesso gli austriaci anche quando si
erano arresi erano numerose. E’ sicuramente un riflesso
della fama di ferocia che gli arditi coltivavano, con
l’incoraggiamento dei comandi, perché era componente
essenziale del loro mito e del timore che incutevano al
nemico. Comunque in tutti i combattimenti è impossibile
sapere se l’ultimo colpo inferto era necessario o
gratuito. E’ possibile attestare, grazie alla produzione
reperibile sugli arditi, che sono frequenti le descrizioni
compiaciute di corpo a corpo e accoltellamenti di austriaci
e l’insistenza sulla ferocia degli arditi e la loro
sperimentata bravura nell’uso del pugnale.
L’ingresso
in politica degli Arditi
L’ingresso
degli arditi nella lotta politica del dopoguerra avvenne
attraverso la mediazione di due gruppi diversi, ma vicini e
presto alleati: i futuristi e il Popolo d’Italia di
Mussolini. Tra le varie componenti dell’interventismo
patriottico i futuristi furono i primi a rivolgersi agli
arditi come ad una forza politica autonoma e rinnovatrice,
che nelle contese del dopoguerra poteva e doveva continuare
l’opera intrapresa in guerra. Sul settimanale Roma
futurista uno degli esponenti del gruppo, che era anche
tenente degli arditi, Mario Carli, lanciò il 20 settembre
1919 un Primo appello alle fiamme, che anticipava buona
parte della tematica dell’arditismo.
L’iniziativa
dei futuristi trovò un inaspettato e autorevole appoggio
negli alti comandi, se è vero che il leader del piccolo
gruppo, Marinetti, poté parlare in ottobre a trecento
ufficiali degli arditi, incitandoli ad amare
appassionatamente l’Italia ed a combattere fino alla
vittoria, ma anche a pretendere un ruolo privilegiato nel
dopoguerra.
Sempre
su Roma futurista, il 10 dicembre Carli lanciò un Secondo
appello alle fiamme per la fondazione di un’Associazione
arditi, presentata con demagogia e grandi ambizioni e una
singolare disponibilità di programmi.
L’Associazione
fra gli arditi d’Italia fu fondata a Roma il 1. gennaio
1919 per iniziativa di Mario Carli e pochi altri. Il suo
programma reso noto con qualche ritardo, era assai più vago
degli appelli precedenti, limitato a rivendicazioni di tipo
corporativo e ad affermazioni generiche.
Malgrado
questa genericità di accenti, l’Associazione infrangeva i
regolamenti dell’esercito perché si rivolgeva senza
autorizzazione anche a militari in servizio; tuttavia le
autorità intervennero così blandamente da fornire di fatto
un avallo. Non erano però i pochi futuristi, noti
soprattutto per le loro stravaganze, che potevano dare
all’Associazione uno sviluppo: furono Milano e il Popolo
d’Italia di Mussolini che portarono gli arditi alla
ribalta. Nel corso dell’ultimo anno di guerra i contatti
tra Mussolini e gli arditi non furono particolarmente
intensi, ma si svilupparono rapidamente a partire
dall’ottobre-novembre 1918. Quando un gruppo di ufficiali
e sottoufficiali del XXVII reparto d’assalto decisero di
creare un organo di stampa che fungesse da collegamento tra
gli arditi nel passaggio dalla guerra al dopoguerra, fu a
Mussolini che si rivolsero; fu progettato un periodico
intitolato Le fiamme, ma l’iniziativa andò a monte per il
sopraggiungere della smobilitazione e, forse, per
l’intervento dei comandi superiori. Il 10 novembre a
Milano Mussolini fu al centro di una manifestazione di
simpatia di un gruppo di arditi.
L’indomani
alcuni arditi, in visita al Popolo d’Italia, dichiararono
Mussolini: “Ora che la guerra è finita, vogliamo essere
al vostro fianco per combattere le battaglie civili per la
grandezza della patria”. Il Popolo d’Italia prese quindi
a pubblicare frequenti articoli di esaltazione degli arditi,
ricevendo in risposta lettere di gratitudine e solidarietà
da vari reparti d’assalto. Il 27 dicembre pubblicò una
versione un po’ ampliata del Secondo appello alle fiamme
di Carli e poi assunse direttamente l’organizzazione degli
arditi milanesi, con un appello del 14 gennaio.
Il
18 gennaio il giornale pubblicò un nuovo appello ai “veri
arditi italiani” per la costituzione della sezione
milanese dell’Associazione arditi, firmato da una ventina
di reduci. L’indomani costoro fondarono la Casa del mutuo
aiuto dell’ardito, sezione di Milano dell’Associazione
fra gli arditi d’Italia, che aveva come recapito
l’abitazione di Marinetti e un programma soprattutto
assistenziale di appoggio morale e pratico agli smobilitati.
Stretti
contatti con il fascismo
Per
sopravvivere, quello che restava dell’Associazione arditi,
dilaniata da violenti contrasti interni, dovette collocarsi
sotto la tutela di D’Annunzio e Mussolini. Nel gennaio
1920 fu redatto a Fiume un nuovo Programma-statuto che
inseriva pienamente l’Associazione nel movimento
dannunziano, accentuandone il carattere politico a scapito
di quello combattentistico: potevano infatti farne parte gli
arditi di guerra e quelli reggimentali, i legionari fiumani,
“gli arditi del mare e gli arditi del cielo” e inoltre
tutti quei combattenti che “abbiano tali meriti
intellettuali e morali e così singolare personalità da
meritare il nome di ardito”. D’annunzio era proclamato
presidente onorario dell’Associazione. Questo tentativo di
rilancio non ebbe però successo, malgrado gli ardenti
proclami del nuovo presidente, con ogni evidenza perché
faceva dell’arditismo una semplice appendice del
dannunzianesimo. E infatti la sezione di Milano, l’unica
rimasta sicuramente in vita per tutto il 1920, preferì
appoggiarsi a Mussolini; questi si accollò il finanziamento
della sezione e del settimanale L’ardito, ottenendone in
cambio un pieno appoggio nelle lotte interne al movimento
fascista, particolarmente aspre in questo periodo in cui
l’avanzata del movimento operaio pareva inarrestabile.
La
carta decisiva per la sopravvivenza e poi il rilancio del
combattentismo ardito fu la sua apertura anche a chi non
aveva militato nei reparti d’assalto. Questo espediente
permise di rinsanguare l’Associazione arditi con ex
combattenti politicamente affini, poi, secondo
un’interpretazione estensiva delle norme, con giovanissimi
che non avevano potuto fare la guerra per motivi di età,
infine anche con persone che erano riuscite ad evitare i
rischi della trincea, ma chiedevano di diventare arditi per
sfruttare la forza che il mito conservava. Il reclutamento
dei nuovi iscritti fui facilitato dalla sconfitta del
movimento operaio, che aprì la via alla controffensiva
delle destre; la travolgente affermazione dello squadrismo
fascista a partire dall’inverno 1920-21 consegnava a
Mussolini ed ai suoi la leadership incontrastata della
riscossa oltranzista, ma apriva spazi insperati anche agli
arditi. Il successo del movimento fascista era infatti
troppo rapido e grande per non provocare scompensi e
contraddizioni al suo interno e nella vasta area di
simpatizzanti e nuovi seguaci; infatti gli anni 1921-25
videro un succedersi di regolamenti di conti nell’ambito
del fascismo trionfante e un pullulare di forze e gruppi
diversi strettamente uniti nell’attacco al movimento
operaio e poi allo stato liberale, ma fermamente decisi a
difendere il loro ruolo e le loro fortune, se necessario
anche contro i fascisti. Per tutti quelli che non riuscivano
a salire subito sul carro dei vincitori o ne venivano
espulsi dopo violente lotte di potere o desideravano
condurre una loro battaglia a fianco, ma non agli ordini di
Mussolini, per tutti costoro l’arditismo offriva grosse
opportunità.
Cristoforo
Baseggio e gli Arditi
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